lunedì, novembre 16, 2009

PRIMO VOLO

UN NUOVO RITROVAMENTO tra le cartelle sparpagliate per casa. Questa volta è il turno di Primo Volo, brevissima storia composta nel 1996 e splendidamente illustrata da Pompeo De Vito.
La versione pubblicata qui è rinnovata e mantiene dell’originale solo i disegni.
Il testo è stato riscritto e sono stati aggiunti colori, titolo e lettering. Autori del restyling sono Flavio Chiumento (colori) e Fabio Salvitto (lettering), ai quali vanno i miei ringraziamenti. (GF)






















© Gabriele Ferrero/Pompeo De Vito



martedì, novembre 03, 2009

NELLA MIA ANIMA C'È UN CANE ENORME...

Il disegno riprodotto qui sopra mi fu regalato da Ivan Graziani nel tardo pomeriggio del 3 novembre 1991. Incontrai questo straordinario musicista davanti alla sede di una radio milanese, dopo circa due ore di attesa.
Alla mia richiesta di un disegno, Ivan disse che avrebbe realizzato un cane, perché rappresentava molto per lui.
"Il cane..." mi accompagna ormai da diciotto anni. Tra tutti i regali che Ivan Graziani mi ha dato e continua a darmi, in forma di canzoni e di emozioni, questo è per me il più prezioso, non solo perché ha un risvolto personale, ma soprattutto perché testimonia un incontro indimenticabile.
Grazie, Ivan. Anche di questo. (GF)

mercoledì, settembre 09, 2009

ALIKA

di Gabriele Ferrero





















ALIKA È IL PRODOTTO DI UN FENOMENO CULTURALE che negli anni Sessanta vede nella fantascienza un genere nuovo, sul quale innestare tematiche e situazioni riprese da altri media. Alika fa la sua prima apparizione in edicola nel luglio 1965. Fonte d’ispirazione dichiarata del personaggio è Barbarella, protagonista dell’omonimo fumetto erotico-fantscientifico creato nel 1962 dall’autore francese Jean-Claude Forest. La somiglianza tra le due serie rimane visibile nei contenuti per almeno dieci numeri della collana. In seguito, infatti, Alika si trasforma in un palcoscenico grottesco sul quale si alternano i volti noti di molti politici, attori e cantanti italiani. Il nuovo corso della testata, spiccatamente fanta-politico, con continui lazzi satirici e sberleffi nei confronti di una classe sociale “distante” dalla gente comune, indugia sulla rappresentazione di alcuni tic che hanno il pregio di rendere un po’ più umani i personaggi pubblici. Il ritratto che di Alika fanno gli autori dello staff, composto da Alessandro Pascolini, Anna Taruffi (autori dei testi), Angelo Todaro (Paul Bennet), Umberto Sammarini (U. Sam) e Romano Felmang Mangiarano, è dettagliato e riprende nei suoi caratteri essenziali un tipo di donna in voga nel periodo. Anche qui il rimando è a Barbarella, o meglio a Brigitte Bardot, a cui Forest si ispira per tratteggiare la sua creatura. Come molti dei personaggi che l’attrice francese è solita interpretare, anche Alika appare una donna emancipata, libera da complessi nei confronti del genere maschile, più spesso disinibita.
E non potrebbe essere altrimenti, dato che l'eroina proviene da Absur, un pianeta precipitato nel disordine, nel quale i ruoli sociali sono spesso ribaltati rispetto a quelli stabiliti sulla Terra. Ma è proprio sul globo terrestre che Alika vive buona parte delle sue avventure, condotta da un’astronave che si muove nello spazio e nel tempo, sospinta dalle onde cerebrali.






















ALIKA A SANREMO
Che il fumetto abbia attinto, talvolta anche a piene mani, da altri media è un dato incontrovertibile. Lo testimoniano, tra le altre, le infinite trascrizioni di classici della letteratura e le parodie di celebri film che hanno segnato molte stagioni cinematografiche. Sebbene ne sia stato solo sfiorato, anche il mondo della musica leggera ha fatto parte di questo fenomeno. Infatti, nel numero 15 di Alika, “Don Abbondio a San Remo”, datato febbraio 1967, l’avvenente extraterrestre Alika vive un’avventura al festival della canzone italiana. Coprotagonisti sono molti cantanti e uomini di spettacolo che hanno calcato, durante la loro carriera, il palcoscenico del Teatro Ariston. Si va dal presentatore Mike Bongiorno a Lucio Dalla, da Caterina Caselli a Gianni Morandi, fino a Claudio Villa, il “reuccio della canzone”. Ed è proprio di quest’ultimo che l’albo critica, in maniera velata, la vittoria al festival di quell’anno, avvenuta con il brano “Non pensare a me”.

© sulle immagini degli autori

martedì, agosto 25, 2009

CUSHLAMOCHREE, MR. O’MALLEY!

di Gabriele Ferrero






















BARNABY È UN BAMBINO STATUNITENSE dotato di un’ingenuità disarmante che vive in un proprio mondo fantastico popolato da esseri fatati. Una sera la mamma gli legge una fiaba che racconta di una Fata Madrina e, prima che il piccolo si addormenti, dalla finestra aperta della sua stanza entra Mister O’Malley, Fato Padrino di origini irlandesi. Ma O’Malley, un buffo ometto che indossa un impermeabile e un cappello calcato sulla testa, è molto impacciato nelle arti magiche e anche la sua bacchetta ha una forma singolare: si tratta, infatti, di un sigaro che tiene quasi costantemente stretto tra le labbra. Barnaby è l’unico in grado di vedere il suo Fato Padrino e ciò dà luogo a situazioni surreali nelle quali i suoi genitori lo credono affetto da visioni.

Nel corso della serie, al fianco dei due protagonisti si delineano pian piano altre figure bizzarre: il fantasma Gus, Martino il cane parlante e la piccola vicina di casa Jane.

Creata il 20 aprile del 1942 dall’illustratore statunitense David Johnson Leisk (Crockett Johnson), la saga di Barnaby e compagni si sviluppa attraverso una serie di tavole domenicali (1942/52) e due serie di strisce quotidiane (1942/52 e 1960/62). Il suo esordio in Italia avviene nel 1947 sulle pagine del Politecnico, periodico fondato e diretto da Elio Vittorini. Tra il 1965 e il 1966 è ristampato su Linus. Rispettivamente nel 1970 e nel 1976, Mondadori pubblica nella collana Oscar i volumi antologici Barnaby e Barnaby e Mr. O’Malley.


© sull’immagine Crockett Johnson

giovedì, luglio 23, 2009

ANITA DIMINUTA

di Gabriele Ferrero
(inedito)











APPARSO SUL PRIMO NUMERO (2 aprile 1941) del settimanale per bambine Mis Chicas, Anita Diminuta (letteralmente “la piccola Anita”) è un fumetto dai toni fortemente fantastici. Punto di forza della serie è l'idea del suo autore, Jesús Blasco, di rifarsi alla tradizione orale del proprio paese, la Spagna.
Nelle storie di Anita, un'orfanella bionda che vive in compagnia della nonna e di un orsacchiotto di pezza, appaiono, infatti, tutti i caratteri tipici delle fiabe popolate da streghe e da mostri; paure, vere e presunte, proprie dell'immaginario infantile.
Il risultato è un mondo onirico, il Paese dell'Illusione, mai cupo o spaventoso, però, nel quale Anita si muove in compagnia di personaggi davvero particolari. Sono suoi amici uno gnomo, il genio del bosco, il pagliaccio Payasito, un soldatino con una gamba di legno e il gatto Morronguito. Grazie al loro aiuto Anita lotta contro il mago Caralampio e contro la strega Carraspia, riuscendo sempre ad averne ragione.
Singolare è che questa serie, dedicata a un personaggio e a lettori “piccoli”, sia disegnata da Jesús Blasco in dimensioni ridotte. In questo modo, l'autore dimostra la sua capacità di miniaturista.

© sull'immagine Jesús Blasco

mercoledì, luglio 22, 2009

KRIMINAL

di Gabriele Ferrero
(inedito, luglio 2006)






















Italia, agosto 1964, noir
Luciano Secchi (Max Bunker) (testi), Roberto Raviola (Magnus) (disegni)

QUANDO GIUNGE IN EDICOLA, Kriminal si rivela da subito come la serie antagonista più credibile di Diabolik, capostipite del fumetto “nero”, creato nel 1962 dalle sorelle Angela e Luciana Giussani.
Anthony Logan, il protagonista della serie, assiste, ancora bambino, alla fine del padre, rovinato dai suoi soci d’affari. Costoro, gente senza scrupoli che non esita ad appropriarsi dell’ingente partrimonio dell’uomo, saranno i primi a cadere, anni dopo, nelle mani di Kriminal, un misterioso giustiziere che indossa una calzamaglia gialla su cui è effigiato un simbolo inquietante: uno scheletro nero.
Naturalmente, il singolare travestimento non nasconde altri che Antony Logan il quale, ormai adulto, è divenuto uno spietato e implacabile vendicatore nonché abile ladro.
Dopo questo esordio, la carriera del “Re del delitto”, come viene definito dai suoi autori, continua in modo sempre più cruento e sarà costellata di efferati omicidi e di audaci rapine.
Nel corso del decennio in cui dura la sua vita editoriale, la saga di Kriminal, che si tinge spesso elementi horror, gialli e umoristici, si sviluppa attraverso eventi che influiscono direttamente sulla vita del personaggio e di alcuni comprimari di grande importanza. È il caso di Lola Hudson, incontrata da Anthony nel corso di una avventura che lo conduce nel collegio femminile nel quale la fanciulla è ospite.
Da quel fatale incontro tra i due nasce un sentimento d’amore che li condurrà a sposarsi e a dare alla luce uno sfortunato erede, Maximilan, destinato a morire ancora in fasce. La scomparsa del piccolo avrà notevoli ripercussioni sul rapporto tra i genitori che decideranno infine di separarsi.
Altre figure fondamentali della serie sono Gloria Farr, prima compagna di Kriminal e in seguito fidanzata di Patrick Milton, commissario di Scotland Yard. Questi è a lungo protagonista di una caccia al criminale interrotta solo quando, nell’ultimo albo della serie, il numero 419, Kriminal scompare inghittito dai flutti dopo uno scontro a fuoco con lo stesso Milton. Alla serie, pubblicata dall’Editoiale Corno, collaborano, tra gli altri, gli sceneggiatori Erasmo Buzzacchi, Gian Paolo Frascati, Paolo Floberti, Luciana Attardo Magrini e Maria Grazia Perini, e i disegnatori Raffaele Cormio, Luigi Corteggi, Pini Segna, Giovanni Romanini, Francesco Verola e Paolo Piffarerio.

















OMBRE NERE SULLO SCHERMO
Se sulla cellulosa la lotta tra Kriminal e Diabolik, basata sui dati di vendita, si è sempre risolta in favore di quest’ultimo, sulla celluloide il “Re del delitto” si prende una rivincita, almeno sulla tempestività dell’uscita, sul “Re del terrore”. Nel 1966, infatti, con un anticipo di diversi mesi sul film dedicato al concorrente, viene distribuito nel circuito cinematografico Kriminal, un film diretto da Umberto Lenzi tratto direttamente dalle storie a fumetti di Magnus e Bunker.
Il ruolo del criminale è affidato a Glenn Saxon, protagonista in quegli anni di alcuni film di produzione italiana, come lo spaghetti western Django spara per primo e l’avventuroso Luana, la figlia della foresta vergine.
Sebbene la pellicola non spicchi né per originalità né per bellezza, riscuote comunque un discreto successo di pubblico, tanto che, un anno dopo viene prodotto un sequel: Il marchio di Kriminal, diretto da Fernando Cerchio.
Purtroppo anche il secondo film non spicca per qualità e conclude la sfortunata e fugace stagione dell’adattamento filmico dei cosiddetti “fumetti neri”.

© sulle immagini Max Bunker.

lunedì, luglio 13, 2009

I GUERRIERI FANTASMA






















UNA FREDDA BREZZA AUTUNNALE SFERZAVA IL PROMONTORIO DI AMBER-POINT, increspando le quiete acque del Lago Ontario. L’aria frizzante, carica del profumo aspro dei frutti di bosco rimasti a decomporre sui rovi, portava con sé turbini di foglie strappate ai rami scheletrici degli aceri e le depositava sulla superficie liquida, come piccole barche di fuoco alla deriva. Una canoa si aprì la strada tra quel pacciame e toccò la riva. Ne scese un uomo con i capelli neri e lisci sovrastati da un tricorno, e il corpo nudo e abbronzato di un pellerossa.
L’indiano trascinò la canoa all’asciutto e, dopo averla capovolta e avervi riposto sotto i remi, s’incamminò lungo un viottolo che s’inoltrava tra i boschi.
Per i patrioti di Forte Ontario, Wa-Shu-Kee, Gufo Triste nella lingua dei bianchi, era un tipo segaligno. Per la sua gente, invece, egli aveva un aspetto robusto, che si confaceva al suo rango di sakem delle Quattro Tribù.
Al passaggio del nuovo arrivato, i giovani guerrieri di guardia lungo il tragitto abbandonavano il loro riparo tra gli alberi e, dopo aver chinato il capo in segno di rispetto, gli si accodavano seguendolo a breve distanza.
A mano a mano che il sakem s’approssimava al villaggio, il corteo alle sue spalle diventava sempre più folto e, quando giunse in vista degli attendamenti, dietro di lui si potevano contare circa una trentina di guerrieri.

Dum-Maak, nella sua tenda, avvertì la concitazione che precedeva l’imminente arrivo di Wa-Shu-Kee e fu percorso da un brivido. Si chiese se davvero il sakem fosse l’essere formidabile di cui si raccontava e se gli occhi di quell'uomo avrebbero potuto scrutare così a fondo dentro di lui da intuire il suo segreto.
A dire il vero, in quel momento ne sarebbe stato capace anche un cieco. Dum-Maak era pallido e respirava con ansiti mozzi. Alzò una mano davanti al viso e vide che tremava. I tremori si estesero in un attimo al braccio e alle spalle e poi al resto del corpo, incontrollabili.
Non poteva mostrarsi in giro per il villaggio in quelle condizioni.
Con gesti convulsi, alzò la stuoia di pelle distesa in un angolo e raspò con le dita il terreno, finché queste non trovarono l’oggetto duro e liscio pochi centimetri sotto la superficie.
Prese la fiaschetta di metallo appena dissepolta e si accanì sul tappo, che saltò via e cadde a terra. Senza curarsi di raccoglierlo, portò il piccolo recipiente alla bocca e trangugiò avidi sorsi, accompagnati dai singulti gorgoglianti del suo gozzo sporgente.
Il liquido fece subito effetto e Dum-Maak si sentì avvolgere da una morbida e calda sensazione di benessere. Le sue membra smisero di tremare e il respiro divenne più regolare. Diede un altro sorso, poi raccolse il tappo, richiuse la fiaschetta e la ripose nella buca. La ricoprì e ricompattò la terra con il palmo della mano. Infine, distese nuovamente la stuoia sopra il punto in cui aveva sepolto il suo tesoro.
Si guardò attorno per assicurarsi che quelle manovre non fossero state sorprese da occhi estranei, ma nella tenda non c’era che lui. Il suo segreto era salvo.
Mancava solo un ultimo accorgimento. Prese da una sacca una manciata di foglie di tabacco, le mise in bocca e cominciò a masticarle fino a ridurle a una poltiglia compatta. In questo modo il suo respiro non lo avrebbe tradito. Sputò il bolo e uscì.

Mai-Rak era di pessimo umore, vale a dire peggiore del solito.
Quel mattino aveva rivolto in più occasioni il pensiero a Manitù, maledicendolo in cuor suo. La sua gente tollerava pazzi ed eccentrici, considerando la follia e le altre imperfezioni della mente come doni del cielo. Ma a lui, deforme nel corpo, non riservava che disgusto e disprezzo. Quasi mai manifestati apertamente, certo, ma poteva scorgerli, così almeno credeva, negli sguardi furtivi e nelle parole sussurrate al suo passaggio, nella piega di una bocca che cambiava espressione, nel tono della voce e nei gesti ogni volta che qualcuno si rivolgeva a lui.
E anche quando si trovava da solo e non c’era nessun altro a ricordarglielo, bastava che abbassasse gli occhi a terra, alla sua ombra, per avere sempre ben chiaro chi o che cosa fosse.
Nel suo stato d’animo, l’arrivo annunciato di Wa-Shu-Kee era come sale su una piaga. Ecco un uomo, pensava, a cui Manitù aveva concesso tutti i suoi favori: alto, aggraziato, possente; un capo, ammirato e rispettato dalla sua gente, e temuto da tutti i suoi nemici.
Se uomini come quello non fossero esistiti, forse lui avrebbe potuto trovare un po’ di pace…
Lo sguardo del deforme scivolò al suolo e colse la sagoma grottesca e contorta accanto a sé. A un tratto, altre silhouette più slanciate e armoniose l’affiancarono e si fusero con essa in un’unica macchia scura, mentre la folla si radunava per accogliere l’arrivo del sakem.

Keng-Ti-Sut torreggiava su tutti gli altri guerrieri della scorta. Era massiccio e muscoloso, con spalle larghe e poderose, e superava il suo stesso sakem di mezza testa. In un duello, era convinto di poter avere la meglio su di lui e, se si fosse presentata l’occasione, non si sarebbe tirato indietro. Nelle Quattro Tribù, non aveva ancora incontrato un guerriero che lo superasse in forza e coraggio. Sarebbe certamente stato un degno sakem, se un giorno quel posto fosse stato vacante.
Questo germe di pensiero, mai del tutto espresso, ronzava in un recesso della sua mente. Si posò da qualche parte e cominciò a radicarsi sempre più in profondità, in attesa di dare luce al suo oscuro frutto.

Wa-Shu-Kee si fermò. Una folla di donne, vecchi e bambini lo guardava con curiosità, quasi fosse giunto direttamente dalle Celesti Praterie. Il gruppo indietreggiò fino a disporsi su due ali attorno alla circonferenza dello spiazzo, rivelando all’estremità opposta alla quale lui si trovava, la figura ieratica del vecchio capo Nantan, in piedi davanti alla sua tenda.
Quando i loro sguardi s’incontrarono, questi annuì impercettibilmente al nuovo arrivato, un gesto di intimo sollievo che solo Wa-Shu-Kee fu in grado di cogliere.
Il vecchio alzò l’avambraccio e distese il palmo della mano in saluto. Poi si girò ed entrò nella tenda. Il sakem lo seguì.



“I Guerrieri Fantasma”, un racconto scritto da Gabriele Ferrero e da Alessandro Russo e illustrato da Paolo Morisi, su Il Comandante Mark numero 85, in edicola dal 25 luglio 2009.

(© sull'immagine EsseGesse/Edizioni if)